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Nuovo CCNL servizi

“ Il 30 ottobre 2012 presso la sede della Cisal in Roma è stato sottoscritto il nuovo contratto per i dipendenti che operano nel settore servizi. Il contratto è stato firmato tra le Federazioni Confazienda, Fedimpresa e Unica da una parte e Cisal Terziario dall’altra, con l’assistenza delle Confederazioni CIDEC e CISAL. Secondo il Segretario Generale di Cisal Terziario, Fulvio De Gregorio, il contratto rappresenta un punto di riferimento importante per un settore che sconta più di altri la grave crisi dei mercati e tiene conto del momento di difficoltà che vivono le aziende del nostro Paese e della crisi occupazionale che mette a rischio i posti di lavoro e facilita il lavoro sommerso. L’avere dato maggiore spazio al valore reale della retribuzione attraverso l’elemento perequativo regionale e la contrattazione di secondo livello non significa sminuire la rilevanza del contratto nazionale, ma significa cogliere la necessità del superamento di un sistema di regole ingessato, di cui da tempo il mercato ha registrato la criticità. Secondo i Presidenti della Associazioni datoriali questo contratto risponde in pieno alle esigenze rappresentate dal mondo della PMI di dare spazio alla flessibilità e alla produttività e di calibrare una parte della retribuzione al diverso valore che la stessa ha nelle diverse Regioni Italiane. Ciò per dare maggiore slancio, tenendo conto di dati oggettivi, alle aziende che operano nel sud o nei territori meno sviluppati o più in crisi. “

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Novità nell’agroalimentare

E’ entra in vigore il regime previsto dall’art. 62 del d.l. liberalizzazioni che prevede clausole trasparenti e pagamenti certi, ma sono ancora molti i dubbi da chiarire.

Il 24 ottobre è entrato in vigore dell’art. 62 del decreto liberalizzazioni che, approvato in via definitiva dal Parlamento lo scorso marzo, va a regolare le transazioni commerciali dei prodotti agroalimentari, bevande comprese, con lo scopo, secondo le intenzioni del legislatore, di meglio garantire la trasparenza di tale genere di transazioni.
In attesa di capire quale sarà la reale applicazione del nuovo regime da parte dei grandi produttori e distributori agro-alimentari, nonché come verranno esercitati i relativi poteri sanzionatori da parte delle istituzioni deputate al controllo ecco una breve disamina della nuova normativa in vigore da alcuni giorni.
La norma ha come destinatari diretti produttori, rivenditori, grande distribuzione e commercianti al dettaglio, ma indirettamente potrà avere ripercussioni sull’attività degli agenti per due ordini di motivi. Innanzitutto la disposizione prevede una disciplina rigorosa per i contratti che hanno ad oggetto la cessione di prodotti agricoli e alimentari che ora devono essere stipulati obbligatoriamente in forma scritta indicando a pena di nullità la durata, le quantità e le caratteristiche del prodotto venduto, il prezzo, le modalità di consegna e di pagamento.
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Computo del periodo massimo di occupazione del lavoratore in caso di successione di più contratti a termine.

La Direzione generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro rispondendo ad una istanza di interpello presentata da Assolavoro ha fornito la propria interpretazione circa il disposto normativo ex art. 5, comma 4 bis, D.Lgs. n. 368/2001, relativo al computo del periodo massimo di occupazione del lavoratore in caso di successione di più contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti.
In particolare, il quesito proposto mirava a conoscere se fosse possibile per un’azienda utilizzatrice, una volta esaurito il periodo massimo di trentasei mesi consentito dalla legge, fare ricorso al contratto di somministrazione a tempo determinato nei confronti del medesimo lavoratore.
La Direzione adita ha risposto richiamando la circolare ministeriale n. 18 del 18 luglio u.s. in cui viene chiarito che: “nel limite dei 36 mesi andranno computati anche i periodi di occupazione – sempre con mansioni equivalenti – formalizzati attraverso una somministrazione a tempo determinato”, ma veniva altresì specificato che il periodo massimo costituisce solo “un limite alla stipulazione di contratti a tempo determinato e non – invece – al ricorso alla somministrazione di lavoro”.
Da ciò discende quindi per il Ministero che, una volta raggiunti i trentasei mesi, il datore di lavoro potrà ricorrere al contratto di somministrazione a tempo determinato nei confronti del medesimo lavoratore.
A riprova di tale interpretazione nel prosieguo dell’interpello si sottolinea come il Legislatore, con la disposizione in esame, abbia inteso incidere sulla disciplina regolatrice del contratto a tempo determinato di cui al D.Lgs. n. 368/2001 e non sulla normativa relativa alla somministrazione a tempo determinato di cui al D.Lgs. n. 276/2003, sulla scorta della considerazione che i due istituti contrattuali rappresentano degli strumenti di flessibilità differenti. Da ciò dunque si desume che il Legislatore non ha introdotto ex novo nel nostro ordinamento un limite legale di durata alla somministrazione di lavoro a tempo determinato. A conferma di tale interpretazione viene ricordata la diversa disciplina comunitaria posta a fondamento dei due istituti così sintetizzata nel parere ministeriale: “La direttiva comunitaria sul lavoro a tempo determinato (1999/70/CE), recepita con il D.Lgs. n. 368/2001, ha imposto agli Stati membri, per prevenire gli abusi “derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato”, richiedendo misure restrittive anche alla durata massima dei contratti (clausola 5). La stessa Direttiva, tuttavia, nel preambolo, esclude l’applicabilità dei principi ivi contenuti ai lavoratori a termine “messi a disposizione di un’azienda utilizzatrice da parte di un’agenzia di lavoro interinale”, evidenziando pertanto come alla somministrazione di lavoro non trovino applicazione le restrizioni in argomento.”
Ulteriore argomento a conforto della tesi qui riportata è infine rintracciato nell’art. 22, co. 2, del D.Lgs. n. 276/2003, il quale prevede che:“in caso di somministrazione a tempo determinato il rapporto di lavoro tra somministratore e prestatore di lavoro è soggetto alla disciplina di cui al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, per quanto compatibile, e in ogni caso con esclusione delle disposizioni di cui all’articolo 5, commi 3 e seguenti” (compreso dunque anche il limite dei trentasei mesi di cui al comma 4 bis dello stesso art. 5).
In conclusione quindi secondo gli esperti ministeriali un datore di lavoro, una volta esaurito il periodo massimo di trentasei mesi con contratto a termine, potrà impiegare lo stesso lavoratore ricorrendo alla somministrazione di lavoro a tempo determinato.