Computo del periodo massimo di occupazione del lavoratore in caso di successione di più contratti a termine.

La Direzione generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro rispondendo ad una istanza di interpello presentata da Assolavoro ha fornito la propria interpretazione circa il disposto normativo ex art. 5, comma 4 bis, D.Lgs. n. 368/2001, relativo al computo del periodo massimo di occupazione del lavoratore in caso di successione di più contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti.
In particolare, il quesito proposto mirava a conoscere se fosse possibile per un’azienda utilizzatrice, una volta esaurito il periodo massimo di trentasei mesi consentito dalla legge, fare ricorso al contratto di somministrazione a tempo determinato nei confronti del medesimo lavoratore.
La Direzione adita ha risposto richiamando la circolare ministeriale n. 18 del 18 luglio u.s. in cui viene chiarito che: “nel limite dei 36 mesi andranno computati anche i periodi di occupazione – sempre con mansioni equivalenti – formalizzati attraverso una somministrazione a tempo determinato”, ma veniva altresì specificato che il periodo massimo costituisce solo “un limite alla stipulazione di contratti a tempo determinato e non – invece – al ricorso alla somministrazione di lavoro”.
Da ciò discende quindi per il Ministero che, una volta raggiunti i trentasei mesi, il datore di lavoro potrà ricorrere al contratto di somministrazione a tempo determinato nei confronti del medesimo lavoratore.
A riprova di tale interpretazione nel prosieguo dell’interpello si sottolinea come il Legislatore, con la disposizione in esame, abbia inteso incidere sulla disciplina regolatrice del contratto a tempo determinato di cui al D.Lgs. n. 368/2001 e non sulla normativa relativa alla somministrazione a tempo determinato di cui al D.Lgs. n. 276/2003, sulla scorta della considerazione che i due istituti contrattuali rappresentano degli strumenti di flessibilità differenti. Da ciò dunque si desume che il Legislatore non ha introdotto ex novo nel nostro ordinamento un limite legale di durata alla somministrazione di lavoro a tempo determinato. A conferma di tale interpretazione viene ricordata la diversa disciplina comunitaria posta a fondamento dei due istituti così sintetizzata nel parere ministeriale: “La direttiva comunitaria sul lavoro a tempo determinato (1999/70/CE), recepita con il D.Lgs. n. 368/2001, ha imposto agli Stati membri, per prevenire gli abusi “derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato”, richiedendo misure restrittive anche alla durata massima dei contratti (clausola 5). La stessa Direttiva, tuttavia, nel preambolo, esclude l’applicabilità dei principi ivi contenuti ai lavoratori a termine “messi a disposizione di un’azienda utilizzatrice da parte di un’agenzia di lavoro interinale”, evidenziando pertanto come alla somministrazione di lavoro non trovino applicazione le restrizioni in argomento.”
Ulteriore argomento a conforto della tesi qui riportata è infine rintracciato nell’art. 22, co. 2, del D.Lgs. n. 276/2003, il quale prevede che:“in caso di somministrazione a tempo determinato il rapporto di lavoro tra somministratore e prestatore di lavoro è soggetto alla disciplina di cui al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, per quanto compatibile, e in ogni caso con esclusione delle disposizioni di cui all’articolo 5, commi 3 e seguenti” (compreso dunque anche il limite dei trentasei mesi di cui al comma 4 bis dello stesso art. 5).
In conclusione quindi secondo gli esperti ministeriali un datore di lavoro, una volta esaurito il periodo massimo di trentasei mesi con contratto a termine, potrà impiegare lo stesso lavoratore ricorrendo alla somministrazione di lavoro a tempo determinato.

La Consulta dichiara incostituzionale l’obbligatorietà del ricorso alla mediazione

Svariati erano stati le richieste di intervento della Corte Costituzionale sull’argomento: dapprima era stato il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio interlocutoriamente pronunciando sul ricorso proposto dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura, dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze, dall’Unione Nazionale delle Camere Civili e dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano (Interveniente ad adiuvandum) a dichiarare rilevante e non manifestamente infondata, in relazione agli artt. 24 e 77 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 del d. lgs. n. 28 del 2010, comma 1, primo periodo e dell’art. 16 del d. lgs. n. 28 del 2010, comma 1, disponendo conseguentemente la sospensione del giudizio e trasmettendo gli atti alla Corte Costituzionale, successivamente, con Ordinanza del 18 novembre 2011 il Tribunale di Genova rimetteva al vaglio della Corte Costituzionale la questione di legittimità sull’art. 5 del d.lgs. 28/2010, laddove fissava il tentativo di conciliazione obbligatoria quale condizione di procedibilità per determinate materie.
La Corte pronunciandosi sul primo dei ricorsi ha riconosciuto l’illegittimità costituzionale per eccesso di delega da parte del legislatore delegato il quale aveva previsto nel decreto legislativo la mediazione quale tentativo obbligatorio preventivo al fine di deflazionare il contenzioso creando una sorta di filtro all’azione giurisdizionale in numerose materie fra le quali i diritti reali, le locazioni, i contratti assicurativi e altri ancora
Non resta ora che attendere le motivazioni di tale pronuncia e capire se questo è il primo segnale verso lo smantellamento totale dell’impianto previsto dal Dlgs 4 marzo 2010, n.28, o, fatte le opportune correzioni, la mediazione contnuerà ad essere uno strumneto su cui puntare per decongestionare i tribunali italiani.